Pensieri dal Sudan

Un giro in dispensa

Sono cresciuto in una famiglia - relativamente - numerosa e vivevamo in una casa grande: ho sempre trovato naturale l’idea di avere una dispensa, un locale destinato all’accumulo di scorte di cibo e altri beni di utilizzo quotidiano. Evidentemente l’utilitá e le dimensioni destinabili dipendono dal numero (e dalla voracitá) delle bocche da sfamare e dall’attitudine allo shopping, e passano attraverso un compromesso sul tempo e sullo spazio a disposizione.
Le abitudini poi tendono a conservarsi: non é sorprendente che i supermercati di Urgnano, quando si trovano a corto di qualche prodotto, si rivolgano all’indirizzo della famiglia Ciocca-Makidon: il Programma Alimentare Mondiale stima che le risorse giacenti nel locale seminterrato siano sufficienti a sfamare mezza Cina per un mese. Superfluo precisare che con papozzo, Vlado e Leonardo nei paraggi la rotazione di magazzino é poco piú che bisettimanale.

Penso a questo mentre passo in revisione l’Emergency Stock del nostro progetto. Si tratta un armadio, posto nella stanza piú protetta dell’abitazione del personale internazionale. L’idea é che se qualcosa va storto nei paraggi, ci si rinchiude qui, attendendo tempi migliori.
L’armadio deve contenere viveri, oggetti di prima necessità ed eventualmente svago, che garantiscano una serena sopravvivenza per almeno 72 ore, potenzialmente di grande stress, per le persone che abitano la casa.
Ora, l’assortimento degli articoli è normalmente una responsabilità del logista di turno. È buona norma controllarlo, per evitare spiacevoli sorprese al momento del bisogno. E può essere curioso analizzarlo.
La persona che aveva allestito la riserva in Zimbabwe, ad esempio, aveva esaurito tutta la sua fantasia nel cibo in scatola, probabilmente convinto che a pancia piena il mondo è comuque meno minaccioso.
Il collega in Darfur era invece evidentemente ossessionato dalla preoccupazione che, in certi momenti, la priorità maggiore è garantire a ciascuno la possibilità di soddisfare i propri bisogni, nelle migliori condizioni di privacy che la situazione di prigionia promiscua può concedere. E allora sotto con teli di plastica, secchi, bottiglie di ammoniaca e una montagna di carta igienica.
Mi avevano detto che il responsabile di Baghdad, ragazzo armeno, era una persona originale. Non mi aspettavo però di trovare una bottiglia di vodka!!! Non sono certo di averla rimpiazzata...

L’armadio qui a Port Sudan l’ha attrezzato Hunaida, giovane addetta all’approvvigionamento. L’ispezione, effettuata in previsione dello smantellamento - causa chiusura del progetto - mi ha regalato qualche interessante riflessione.
La disponibilità completa e bilanciata di prodotti alimentari e igienici dice della competenza e meticolosità della nostra timida cerbiatta.
Il fatto che la maggior parte della merce fosse ormai scaduta da molti mesi, è una conferma che Port Sudan non è un posto pericoloso e non è percepito come tale; di conseguenza le procedure di sicurezza sono piuttosto rilassate.
Da sottolineare la ricercatezza delle marche acquistate, non esattamente le più facilmente reperibili sul mercato. Oltre alla raffinatezza di Hunaida, si evidenziano le sue capacità divinatorie: come poteva prevedere che un italiano sarebbe alla fine arrivato ad apprezzare il suo lavoro?
Ma il tocco di classe arriva con le quindici confezioni da tre di “Signor Cappuccio Felice”, preservativi aromatizzati alla fragola di fabbricazione Malesiana! Mi domando: che percezione ha di noi espatriati questa maliziosa ragazza musulmana? E poi: è il caso di rimettere in discussione la sua capacità di leggere il futuro, visto che al momento abito in questa casa da solo... o forse voleva proprio prendermi per il culo??!?

Nel caso ve lo stiate chiedendo: ovviamente la pasta Barilla me la spazzo anche se è scaduta :)

 6 commenti per questo post.

Dagli al Tabù

Userò un articolo che abbiamo realizzato recentemente per raccontarvi cosa (diciamo che) facciamo qui a Port Sudan.
Qui trovate il pezzo originale, in inglese, pubblicato sul sito anericano di Doctors Without Borders.
Sotto invece la mia traduzione "casereccia".

Sudan: Rompere un Tabù — Parlare di Salute Riproduttiva e di Mutilazione Genitale Femminile

Per la popolazione di Port Sudan, la capitale del Red Sea State nel nord del Sudan, le discussioni sulla salute riproduttiva sono state per lungo tempo un tabù. Ma grazie ai membri della comunità che hanno assunto un ruolo chiave nella promozione alla salute, le cose stanno cambiando e la gente inizia a parlare più apertamente.

Lo staff di Medici Senza Frontiere/Médecins Sans Frontières (MSF) è fiducioso che il lavoro che ha iniziato nell'ospedale di Tagadom nel 2005 - fornire assistenza medica riproduttiva gratuita - continuerà sotto la responsabilità del Ministero della Salute, quando questi prenderà in consegna le attività alla fine del 2010.

Sotto cieli blu riflessi sulle azzurre, salate onde del Mar Rosso, A’m (Zio) Tita, un nonno, health promoter, e uno dei leader della comunità tra la gente Beja di Port Sudan, ricorda i giorni in cui era deriso e le sue parole non erano accettate.

“Mi dicevano di rispettare i miei capelli grigi perchè parlavo apertamente delle conseguenze mediche della mutilazione genitale femminile,” dice.

A’m Tita fa parte di un gruppo di 10 health promoter — otto donne e due uomini — che lavora in una unità di salute riproduttiva supportata da MSF a Port Sudan. MSF sta fornendo assistenza gratuita per le donne e la popolazione di Tagadom e le sue vicinanze, dove la maggior parte della popolazione non ha accesso a cure mediche ginecologiche.

Negli ultimi tre anni, gli health promoter di MSF hanno bussato alle porte per cinque giorni la settimana, hanno incontrato la gente per discutere questioni di salute generica e riproduttiva in Arabo e in lingua Beja. Parlano nella comunità sui benefici di partorire in ospedale, di family planning, di allattamento al seno, di infezioni a trasmissione sessuale, vaccinazioni, e dello spinoso argomento della mutilazione genitale femminile.

Nel 2006, circa il 69% delle femmine in Sudan (l'80% nel Red Sea State) sono state sottoposte a una qualche forma di mutilazione genitale [Indagine sulla Salute delle Famiglie in Sudan. Ministero della Salute: 2006, Khartoum, Sudan]. A Tagadom e dintorni i numeri sono ancora più alti, con il 98% di donne e bambine mutilate [Indagine sulla Maternità Sicura – Rapporto Nazionale 1999, Ufficio Centrale di Statistica, Khartoum, Sudan].

Le donne di Tagadom e delle zone circostanti subiscono la forma più pericolosa di mutilazione: il tipo 3, o Faraonica. Questa comporta la rimozione dei genitali esterni e la infibulazione o ricucitura della parte residua delle labbra vaginali, lasciando solo una piccola apertura per consentire il passaggio di urina e flusso mestruale. La dolorosa procedura di mutilazione e infibulazione è spesso effettuata su bambine di appena sette giorni, e incide su una donna a partire dall'infanzia attraverso la pubertà fino all'età adulta, con conseguenze gravi durante la maternità.

Gli health promoter di MSF spiegano che le bambine e le donne che sono state sottoposte a questa procedura possono andare incontro a emorragie fatali e infezioni come il tetano. Inoltre sono soggette a sviluppare cisti, sperimentare mestruazioni dolorose e ricorrenti infezioni del tratto urinario. Molte donne soffono dolori acuti durante il rapporto sessuale. Se partoriscono, il loro travaglio sarà probabilmente prolungato, con relativo aumento di rischi per il neonato.

“Troviamo ascessi e cisti nelle bambine.” dice Medilyn Guevarra, ginecologa di MSF. “Per le future nasciture spieghiamo alle mamme tutte le possibili complicazioni legate alla mutilazione genitale.”

La de-infibulazione, la scucitura delle labbra esterne, è praticata durante la preparazione di una donna infibulata per il parto. La ginecologa di MSF non re-infibula, o ricuce, la madre dopo il parto a causa delle gravi conseguenze mediche.

Il trauma di vivere con la mutilazione genitale è grande: “I miei organi non sono completi perchè la mia famiglia mi ha circonciso, ma ora sto meglio perchè non sono più chiusa (infibulata).” dice Muzna, una delle migliaia di donne che hanno scelto di partorire nell'unità di salute riproduttiva di MSF.

Poichè la mutilazione genitale femminile è una pratica culturale profondamente radicata, gli health promoter di MSF, che vengono dalle stesse comunità a cui si rivolgono, giocano un ruolo cruciale nel trasmettere messaggi medici sull'argomento. In principio le health promoter femmine erano credute mendicanti, e il gruppo veniva considerato indecente perchè parlava apertamente di questioni legate alla salute riproduttiva. Ma loro sono state tenaci di fronte al forte scetticismo e hanno continuato a diffondere le loro importanti informazioni sulla salute. Col tempo, gli health promoter si sono guadagnati l'interesse delle prime persone e hanno iniziato a formare gruppi di discussione per parlare di varie questioni legate alla salute.

“Ogni volta che una donna viene da noi e ci dà fiducia, facciamo in modo di darle un'informazione completa, così potrà compiere una scelta informata riguardo alla propria salute.” dice Awadia Siddig, una counselor di MSF.

Adesso la comunità parla dei vantaggi di partorire in ospedale, delle conseguenze mediche della mutilazione genitale, di infezioni a trasmissione sessuale e family planning con gli health promoter e con il team di counseling. Tre anni fa questo era impensabile.

Il team di health promotion collabora anche con membri della comunità, compresi imam, rappresentanti locali e cantanti, per trasmettere messaggi connessi alla salute o aumentare la consapevolezza sulle infezioni a trasmissione sessuale e sugli effetti nocivi della mutilazione genitale femminile.

La maggior parte dei residenti di Tagadom e delle zone adiacenti appartengono alla comunità Beja. Prima che MSF aprisse l'unità di salute riproduttiva - l'unica nell'area - la maggior parte delle donne partorivano in casa con l'aiuto di ostetriche tradizionali. Ora sempre più donne vengono a partorire in ospedale.

In collaborazione con il Ministero della Salute, MSF fornisce una gamma di funzioni gratuite nell'unità di salute riproduttiva, tra cui cure pre e post-natali, servizi di parto, family planning, trattamento e counseling per infezioni a trasmissione sessuale, e altri sevizi di counseling. All'inizio di quest'anno, MSF ha costruito e attrezzato una sala operatoria per assistere le donne con gravidanze complicate e praticare interventi di taglio cesario. Dal Gennaio 2010, i team dell'ospedale di Tagadom hanno effettuato 54 tagli cesarei e hanno aiutato a partorire circa 1,500 bambini.

Nel Settembre 2010, il Comitato Nazionale Sudanese contro le Pratiche Tradizionali Nocive (SNCTP) ha organizzato un corso di formazione per il gruppo degli health promoter, per migliorare le loro capacità. Alla fine dell'anno, MSF passerà in consegna l'unità di salute riproduttiva al Ministero della Salute, che continuerà ad assistere le donne di Tagadom e delle vicinanze.


MSF ha lavorato in Sudan dal 1979, e attualmente gestisce progetti negli stati di Warrap, Jonglei, Upper Nile, Unity, Western and Northern Bahr El-Ghazal, Western Equatoria and Central Equatoria, l'area di transizione di Abyei, North and South Darfur, Red Sea and Al-Gedaref.


Nella prima foto: Un'educatrice alla salute di MSF parla con una paziente prima della sua prima visita al centro di salute riproduttiva di MSF nell'ospedale di Tagadom, a Port Sudan.
Nella seconda: A’m Tita, a sinistra, health promoter di MSF, parla con membri della comunità di Tagadom sui benefici degli esami, del trattamento e della prevenzione delle infezioni a trasmissione sessuale per le donne prima del parto.

 2 commenti per questo post.

Eccomi!

Porcatrota: più di un anno che non metto mano al diario...
In mezzo la parentesi "proibizionista" in Iraq, qualche mese di vacanza a casa, lo snervante braccio di ferro con le autorità sudanesi per avere il visto giusto (e il conseguente andirivieni tra l'Italia e Khartoum), i buchi di ispirazione di un "blogger sfaticato" e un poco indaffarato.
Ma ora le scuse stanno a zero.
Sono di nuovo immerso in un progetto entusiasmante. Mi sono portato nello zaino le responsabilità da zio-padrino, il braccialetto di perline delle fatine, un telefono che mi saluta "PIO! PIO! PIO!", la ricca mazzetta dei bestemmiatori dal cuore d'oro e un set di camicie da negoziatore ineffabile.
Prometto che mi concederò il tempo e il gusto di raccontarvi quello che Port Sudan mi mostrerà di sè.

 7 commenti per questo post.


home