Pensieri dalla Repubblica Centrafricana

Magic Guglielmo Hervè

Giornate intere da trascorrere insieme in auto: la combinazione passeggero-autista è molto delicato, può influenzare notevolmente la qualità del lavoro.
Poteva andarmi bene o male.
Mi è andata benissimo :-)
Non solo Hervè guida molto bene, unendo in raro equilibrio decisione e prudenza. È anche un ragazzo simpatico, disponibile e allegro.
Ma ancora nell'alchimia degli abbinamenti può capitare di trovare poco terreno comune da calpestare durante le scorribande della conversazione.
Insomma: scopro molto presto che l'uomo al volante seduto accanto a me è un'autorità del basket centrafricano!
Praterie sconfinate di chiacchiere e aneddoti!!!
Nella patria di Romain Sato la pallacanestro è importante quanto il calcio (la Serbia d'Africa?), la Nazionale di Harare è l'unica alternativa allo storico dominio continentale dell'Angola.
Quindi il nostro, che ha da poco compiuto 41 anni, vanta lunga militanza nella principale squadra della capitale, diverse esperienze internazionali col suo club e qualche sporadica apparizione in nazionale.
In città è ancora conosciuto: ne ho avuto dimostrazione quando mi ha accompagnato alla palestra dove la squadra era impegnata nell'animata partitella finale dell'allenamento. Quando siamo entrati i giocatori hanno automaticamente interrotto il gioco per venire a salutare. Non me! E la coppia che ci ha sfidato nel due-contro-due seguente ci ha usato tutti i gentilissimi riguardi del caso.
L'atletismo nel loro modo di giocare è fondamentale; quando il fisico ha smesso di supportarlo adeguatamente Hervè ha cambiato disciplina e si è dedicato al tiro con l'arco. Ammette con modestia che la concorrenza non è moltissima, e che rispetto a molti altri lui poteva permettersi un'attrezzatura di buona qualità. In ogni caso la la competizione nazionale del 2003 l'ha vinta lui. E siccome le successive edizioni, per via della crisi economica non si sono disputate, di fatto è tuttora il campione in carica!
Va da sé che il nostro eroe possiede una mira eccezionale. E il dio delle sabbie mobili sa bene quanta ne serva per indovinare le precarie traiettorie attraverso enormi pozze, su cui indirizzare i pneumatici per evitare di rimanere impantanati.
E laddove la mira ha fatto cilecca, caro mio, é di nuovo lavoro di squadra: ci si rimbocca le maniche, si attacca una bella corda... e via di bicipiti!!!

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Scopa e schioppo

Sosteneva che con un sette e un sei, dello stesso seme, la primiera fosse sua.
All'inizio non mi sembrava possibile, poi mi sono indubitabilmente convinto che c'aveva ragione lui!!!

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Welcome to the Jungle

Non passiamo esattamente inosservati quando irrompiamo in un villaggio: le fitte pareti di erba elefante (pennisetum-purpureum) che delimitano la pista scompaiono improvvisamente e piombiamo in una radura sollevando un nuvolone di polvere. Una manciata di capanne di qua, un'altra di là.
Sorprendiamo gli abitanti, quando ce ne sono, impegnati nelle proprie attività: le donne piegate col culo in aria intente ad esporre la manioca al potere essiccante del sole (che puzza!!!); le ragazzine sedute in gruppo, una al centro che affida fiduciosa i capelli alle intreccianti mani delle amiche; gli uomini stravaccati all'ombra a sonnecchiare e chiacchierare, mezzo occhio a sorvegliare i bambini che trotterellano giocosi per il cortile in mezzo a più o meno partecipi galline, capre, cani, maiali.
La maggior parte dei villaggi, che ci aspettiamo di trovare perchè presenti sulla mappa con cui ci orientiamo, non ci sono più. O sono totalmente disabitati. Sembrerebbe in tutta fretta, a giudicare dagli oggetti rovesciati sul pavimento o abbandonati al loro posto. Vi si respira un clima da città fantasma dei vecchi film western.
Le città più grandi (M'boki e Obo) sono presidiate da numerosi soldati: ci sono i rappresentanti della gendarmerie, i militari delle FACA (le Forze Armate Centrafricane) e diverse pattuglie dell'UPDF (le Forze di Difesa del Popolo Ugandese). La gente ci si sente protetta e vi si è spostata in massa.
Il mercato al mattino è colorato e rumoroso.
Leon osserva la strada seduto su un tavolo di fronte al suo ristorante. Ha l'aspetto curato e uno sguardo furbo.
"Bonjour!"
"Merci!"
"Ca va?"
"Ah, pas bien. Le Tongo-Tongo..."
Parla un ottimo francese (decisamente migliore del mio - e qui non è per niente scontato, anche se non per merito mio) e non si fa certo pregare per darne abbondante dimostrazione.
Questa regione, che si estende sulla sponda settentrionale del fiume Mbomou, è molto lontana da Bangui. Separata da un migliaio di chilometri di densa savana e intricata giungla, costituisce il confine sudorientale del paese. Più che alla capitale della Repubblica Centrafricana, convinta fino a un certo punto dai confini che i bianchi hanno tracciato sommariamente, la popolazione di qui si sente legata alle genti che abitano a sud ed est. Le quali, nonostante siano ufficialmente congolesi e sudanesi, parlano la stessa lingua e sono legati dalla comune appartenenza all'etnia Zandè.
La marginalità ha certamente escluso la prefettura dal - relativo - sviluppo seguito all'indipendenza, ma la ha anche protetta negli ultimi decenni dalle tensioni e dai conflitti tra il governo e le forze ribelli attive soprattutto nelle regioni nord-occidentali.
"Qui abbiamo sempre vissuto in pace. Non abbiamo problemi con i musulmani (i commercianti di origine ciadiana e gli allevatori nomadi Peuhl e Mbororo). Anche quando i fratelli sud-sudanesi arrivavano fuggendo dalla guerra nel loro paese, li abbiamo accolti volentieri. Ora sono tornati quasi tutti a casa, gli altri fanno parte della nostra comunità. Ma adesso con questi Tongo-Tongo che girano intorno...".
Tongo-Tongo è il poco affettuoso nomignolo che designa i guerriglieri dell'LRA, l'ugandese Lord's Resistance Army. Deriva da un'espressione Niangala che significa qualcosa tipo "i malfattori che attaccano presto al mattino".
Creato e guidato dalla figura carismatica e mistica di Joseph Kony, questo movimento è nato in Uganda nel 1987 con il confuso scopo di applicare in dieci comandamenti cristiani, rivendicare rappresentanza per l'etnia Acholi in patria, affermare la figura eroica e divina del suo leader. In vent'anni è riuscito a guadagnarsi la reputazione di efferato gruppo di criminali senza scrupoli, a terrorizzare le popolazioni di quattro stati e a collezionare la condanna da parte del Tribunale Internazionale dell'Aia per crimini contro l'umanità a cinque dei suoi rappresentanti. Tuttora non possiede un'agenda politica e si conquista la sopravvivenza spostandosi nella giungla, rapinando i villaggi e prelevando i bambini e ragazzi che diventeranno combattenti, portatori, schiavi sessuali.
"Sono arrivati qui tre anni fa. All'inizio si limitavano a rubare bestie dalle mandrie al pascolo. Poi hanno iniziato ad attaccare sistematicamente i villaggi: arrivano presentandosi come amici ugandesi. Dopo qualche istante scoppia l'inferno. Ammazzano chi capita, stuprano le donne e bruciano le case. Se ne vanno portandosi via tutto quello che possono, inclusi i bambini. Sono tutto intorno; sono dei demoni, se ne stanno nascosti nella giungla. La gente ha paura, nessuno dorme più nei villaggi. Gli abitanti hanno iniziato ad andare a dormire nella foresta. Poi tutti hanno abbandonato le loro case e sono venuti a cercare riparo in città".
La stessa storia viene tristemente raccontata da anni da migliaia di persone. Il gruppo è organizzato in piccole cellule di combattenti che si spostano a piedi e assaltano i centri abitati procurandosi cibo e sciavi, rendendosi protagonisti di stupri, mutilazioni e ogni tipo di brutalità. Sono talmente temuti che è ormai sufficiente uno sparo in aria a far fuggire tutti a gambe levate. Cercano di sottrarsi agli scontri diretti contro altre forze armate. Preferiscono assaltare bersagli indifesi.
In Uganda sono stati l'obiettivo di un corpo dedicato dell'esercito: l'Uganda People's Defense Force ha intrapreso l'operazione Lightning Thunder, braccandoli sul loro terreno e infliggendogli consistenti perdite, ma non è riuscita a prendere Kony. Il gruppo è riuscito a riorganizzarsi e battere in ritirata spostandosi in Congo, e recentemente in Sudan e nella Repubblica Centrafricana. Esportando l'inferno. Anche Lightning Thunder ha varcato i confini nazionali e in virtù di accordi tra i governi interessati l'UPDF gode di piena autonomia strategica e militare su tutto il campo di caccia.
Una coppia di gendarmi centrafricani ci passa di fronte, Leon gli lancia un'occhiataccia. "I nostri soldati sono una vergogna. Non ricevono armi e cibo a sufficienza. Non sarebbero in grado di catturare una scimmia. Questi ugandesi sono in gamba. Non parlano francese nè zandé, ma sanno quello che fanno. Finchè ci sono loro in città noi siamo protetti. Hanno anche un elicottero da combattimento. Dovrebbero usarlo per davvero, metterci più energia!".
"Ma non possono mica bombardare i ribelli nella giungla. Sai che usano i rapiti come scudi umani..."
"Certo che lo so. Anche io ho alcuni parenti rapiti. Ma cosa è meglio, aspettare che ci ammazzino tutti? Loro vogliono arrivare a catturare Kony. Ma Kony è un demonio, sta fuggendo verso nord, cerca di scappare in Ciad. Se gli ugandesi lo seguono ci lasciano di nuovo da soli, e resteranno ancora un sacco di Tongo-Tongo in giro."
"Ma tu ne hai mai visti veramente?"
"No, non ne ho mai visti. Ma la settimana scorsa a una decina di chilometri da qui alcuni contadini ne hanno ammazzato uno. Gli hanno tagliato la testa e tenendola per le trecce l'hanno portata in giro per mostrare a tutti il viso del demonio. Io ero via per affari e non mi sono potuto godere lo spettacolo."
Questo episodio l'ho già sentito: in molti sono concordi nel raccontarlo, ma pare che in quel momento tutti fossero impegnati da qualche altra parte.
"E cosa è successo invece ieri?"
"Quattro persone sono riuscite a fuggire dalla prigionia dei Tongo-Tongo e hanno cercato di mettersi in salvo. Gli abitanti di un villaggio spaventati ne hanno ammazzati due. Gli ugandesi sono riusciti a sottrarre una mamma con bambino alla folla inferocita. Una quarta donna, vista l'accoglienza, ha pensato bene di tornarsene nella giungla."
Il comandante dell'UPDF ci ha confermato che madre e figlio sono in custodia presso di loro. La donna è sudanese; fu rapita, bambina, quindici anni fa. La fuga di prigionieri è un evento piuttosto raro perchè ai bambini prelevati viene spiegato (e dimostrato) ben presto che se qualcuno viene catturato mentre cerca di scappare verrà ammazzato dai suoi stessi amici.
"A parte la sicurezza, quali sono i vostri problemi principali?"
"Il cibo! Non possiamo uscire a lavorare i campi. Le riserve sono già finite e il prossimo raccolto sarà insufficiente. Tra l'altro la popolazione della città è quasi raddoppiata; ci sono anche centinaia di congolesi che sono fuggiti fino a qui dall'altra parte del fiume, camminando per due settimane. Sono arrivati così, uno per uno, con i vestiti che indossavano al momento dell'attacco. Non hanno neanche avuto la possibilità di raggrupparsi in famiglie."
"Li ho visti, ma non sono più di un centinaio, accampati alla scuola..."
"Ma quelli sono solo una piccola parte. Molti hanno ricevuto ospitalità nelle nostre case."
"Siete proprio gentili qui..."
"Certamente. Ma la loro presenza ci fa anche comodo: i rifugiati richiamano attenzione e aiuti dalle organizzazioni internazionali. Grazie a loro siete arrivati voi di MSF. Grazie a loro l'Unicef, il Programma Alimentare Mondiale e la Croce Rossa sono arrivati ad aggiustare i pozzi d'acqua, a distribuire cibo e materiale per costruire ripari, a rifornire i dispensari di medicine. Inoltre i congolesi partecipano alla costituzione dei gruppi di autodifesa."
Gli abitanti dei villaggi sanno che in città, finchè ci sono i soldati, si può stare tranquilli. Ma sono consapevoli che un giorno le forze armate se ne andranno.
"Quel giorno saremo pronti. Ci saranno dei morti tra di noi e dei morti tra di loro, vedremo chi la spunterà. Ma almeno questa situazione sarà finita!".
"Ah, ok..."

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E 05°22'28,9" N 26°28'51,9"

Inaspettate testimonianze di civiltà :-)

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Esploratori... di sè stessi

Porca scimmia babbuina!
Stamatttina ho dovuto trascorrere più tempo del previsto accucciato in bagno; attendendo che le scariche finissero riflettevo su cosa possa avermi tradito.
Il mio stomaco, che durante venti giorni di giungla e savana ha fatto il suo dovere fischiettando, mi é capitolato gorgogliante proprio in capitale, dopo una domenica pomeriggio da espatriato colonialista.
Sarà che ho bevuto troppa acqua dalla piscina in riva al fiume Obangui, dove galleggiando oziosamante abbiamo atteso il tramonto? O forse l'ordine condiviso di antilope, coccodrillo e serpente è stato un tantino azzardato...
Poco male, comunque. La testa è fresca e piena di immagini e sensazioni eccezionali.
Questa esplorazione è stata una scalata verso una natura impressionante. Un'immersione in condizioni e stili di vita gradualmente più estremi. Al di là del rilievo altimetrico (in realtà il dislivello tra la destinazione e il punto di partenza sarà di neanche un centinaio di metri - fingo approssimazione, supportato nella mia stima da un precisissimo GPS), oltre i 1200 chilometri che separano la regione dell'Haut Mbomou dalla capitale centrafricana, esiste una distanza non fisicamente misurabile tra Obo e Bangui. Che spostarsi per 2700 chilometri sballonzolati sul pickup, occhi rapiti dai paessaggi, chiappe tramortite, viso completamente ricoperto di polvere rossa e durezza della testa messa ripetutamente alla prova a contatto col tettuccio, ti concede tutto il tempo di percepire e interiorizzare.
Inesorabile è il degrado della strada, che parte da Bangui ampia e asfaltata, per poi diventare una pista in terra battuta a due corsie. Che poi si restringe in una pista fangosa faticosamente individuabile nella foresta. E che a tratti scompare divorata dalla lussureggiante vegetazione e occorre un po' inventarsela. Sempre più dura si fa la vita per ruote, ammortizzatori e carrozzeria tutta.
Progressiva è la scomparsa della rete elettrica, di grandi centri urbani, della copertura telefonica, della presenza di pozzi d'acqua e di strutture sanitarie. I villaggi si fanno più sporadici, le costruzioni più provvisorie. Più sorpresamente entusiasti diventano i saluti dei bambini che, avvistatici, ci corrono incontro chiamandoci "munjou" - nomignolo locale nato dalla contrazione della definizione "bianchi che dicono sempre bonjour" nella lingua locale.
Più voluminosi, coloratamente variegati e aggressivi i vari insetti volanti, sgambettanti, striscianti e pungenti.
Il pane scompare presto dalla bancarelle dei mercati. È poi la volta delle bibite in bottiglia e della birra, della carne e delle uova. Persino del riso. Alla fine rimangono solo mais, arachidi, manioca, qualche verdura e olio. Olio di palma, un sacco di olio di palma, quello non manca mai!
Adattandosi alla cucina locale, integrando con le preziose provviste che ci eravamo provvidenzialmente portati e ricorrendo nottetempo a furtive cucchiaiate di Nutella, sono riuscito a sopravvivere, senza neanche perdere molto peso.
E allo stesso tempo un sollievo e un dispiacere essere tornati a Bangui, e sapersi a quattro giorni di distanza dal ritorno in Europa.
Ad ogni buon conto: il fidanzato di una collega è venuto a visitarla portandosi un pezzo di Parmigiano e ho avvistato un profumato cespuglio di basilico nel cortile dietro casa. Stasera una bella pastasciutta al pomodoro non me la leva nessuno!

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